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martedì, 8 settembre 2026
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Il nuovo perimetro cyber? Sono le persone, non la rete

Cloud, smart working e AI spostano il rischio verso le abitudini dei dipendenti: la sicurezza ora si gioca sul comportamento umano.

TI 2 settembre 2026 4 min read

Per anni la cybersecurity è stata una questione di perimetri: firewall, reti protette, endpoint sorvegliati. Ma con la diffusione di cloud, smart working, applicazioni SaaS e intelligenza artificiale generativa, quel perimetro si è dissolto. Oggi il rischio si è spostato altrove: nelle abitudini quotidiane delle persone. È quanto emerge da un’analisi pubblicata su Agenda Digitale, che invita a ripensare le strategie di sicurezza mettendo al centro il fattore umano.

Perché il perimetro tradizionale non basta più

Le architetture aziendali non sono più racchiuse in un data center protetto da mura digitali. I dati viaggiano tra cloud pubblici e privati, i dipendenti si collegano da casa o da luoghi pubblici, e le applicazioni si usano via browser. In questo scenario, le difese basate solo su rete e dispositivi mostrano i loro limiti: un attaccante può sfruttare credenziali rubate o indurre un dipendente a compiere azioni rischiose, aggirando qualsiasi barriera tecnologica.

Il problema è amplificato dall’AI generativa, che rende più semplici e credibili le email di phishing e le tecniche di ingegneria sociale. Anche i dipendenti più attenti possono cadere in trappola se non sono formati a riconoscere i nuovi segnali di pericolo.

Il comportamento come nuovo perimetro

L’articolo sottolinea che il comportamento delle persone è diventato un parametro operativo della sicurezza. Non si tratta più solo di imporre policy, ma di comprendere come gli utenti interagiscono con i sistemi e di intervenire su quelle abitudini che aumentano l’esposizione al rischio. Ad esempio, l’uso di password deboli, la condivisione di file sensibili su piattaforme non autorizzate o la tendenza a cliccare su link sospetti sono comportamenti che possono vanificare anche i controlli più sofisticati.

Le aziende devono quindi adottare un approccio che integri tecnologia e formazione, monitorando i comportamenti a rischio e creando una cultura della sicurezza diffusa. Strumenti come l’analisi comportamentale (UEBA) e i programmi di security awareness possono aiutare a identificare anomalie e a ridurre la probabilità di incidenti.

Le implicazioni per le aziende italiane

In Italia, dove la trasformazione digitale sta accelerando anche nella pubblica amministrazione e nelle PMI, il tema è particolarmente rilevante. Molte organizzazioni hanno investito in soluzioni tecnologiche, ma spesso trascurano l’elemento umano. La sfida è duplice: da un lato, formare i dipendenti a riconoscere le minacce; dall’altro, progettare processi che rendano più semplice comportarsi in modo sicuro, riducendo gli attriti che spingono a bypassare le regole.

La normativa, come il GDPR e la direttiva NIS2, spinge verso un approccio più olistico alla sicurezza, che consideri anche i fattori organizzativi e umani. Le aziende che sapranno integrare questi aspetti saranno più resilienti, mentre quelle che continueranno a puntare solo sulla tecnologia rischiano di lasciare scoperto il fianco più vulnerabile: le persone.

Cosa significa per chi legge

Per chi lavora in azienda, il messaggio è chiaro: la sicurezza informatica non è solo un problema del reparto IT. Ognuno di noi è un tassello del perimetro. Ecco tre idee pratiche da mettere in atto:

  • Diffidare delle email inaspettate, anche se sembrano provenire da colleghi o fornitori: verificare sempre l’indirizzo del mittente e non cliccare su link sospetti.
  • Usare password uniche e robuste, preferibilmente con un password manager, e attivare l’autenticazione a due fattori ovunque sia possibile.
  • Segnalare subito qualsiasi anomalia al team IT: un comportamento strano di un’applicazione o un’email sospetta possono essere i primi segnali di un attacco in corso.

La tecnologia da sola non basta: la vera difesa è la combinazione di strumenti adeguati e di una cultura aziendale che metta al centro la consapevolezza. Solo così il nuovo perimetro – fatto di persone – può diventare il punto di forza, non il punto debole.

Fonti

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