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Riconoscimento facciale con AI: via libera del governo, ma resta lo scontro sulla privacy

Via libera al decreto sull'AI per la videosorveglianza: l'autorizzazione resta al pm nonostante le pressioni. Ecco cosa cambia per la polizia e per i cittadini.

TI 6 agosto 2026 4 min read

Il governo italiano ha approvato il decreto legislativo che disciplina l’uso dell’intelligenza artificiale da parte delle forze dell’ordine, ma non senza tensioni. Al centro del dibattito c’è il riconoscimento facciale in tempo reale, una tecnologia che promette maggiore sicurezza ma solleva interrogativi profondi sulla protezione dei dati personali e sulle libertà civili. Dopo un acceso confronto nel Consiglio dei ministri, la linea garantista rappresentata da Antonio Tajani e Carlo Nordio ha ottenuto solo in parte i risultati sperati: l’autorizzazione per la sorveglianza biometrica in diretta resta nelle mani del pubblico ministero, non del giudice per le indagini preliminari (gip).

Il contesto: il decreto italiano sull’intelligenza artificiale e la sorveglianza

Il provvedimento recepisce il quadro normativo europeo sull’AI (AI Act), che vieta in generale la sorveglianza biometrica in tempo reale ma prevede eccezioni per le forze di polizia in casi specifici, come la prevenzione di minacce terroristiche o la ricerca di persone scomparse. L’Italia deve quindi stabilire le procedure interne per autorizzare l’uso di telecamere intelligenti in grado di identificare volti in mezzo alla folla. La sfida è bilanciare l’efficacia investigativa con il diritto alla riservatezza.

Lo scontro politico: garantisti contro securitari

Secondo le ricostruzioni, la discussione in Consiglio dei ministri ha visto contrapposti due schieramenti trasversali. Da un lato, i ministri di Forza Italia Tajani (Esteri) e Nordio (Giustizia) hanno spinto per una maggiore tutela, chiedendo che fosse un giudice a concedere l’autorizzazione. Dall’altro, il sottosegretario con delega ai servizi Alfredo Mantovano e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi hanno sostenuto l’importanza di non rallentare le operazioni di sicurezza, insistendo su un via libera più snello da parte della procura. Alla fine, il compromesso ha portato il gip nell’iter solo per alcune tipologie di indagine (articolo 10), lasciando al pm il potere sul riconoscimento facciale in tempo reale. La tensione riflette una divisione più ampia su come governare le tecnologie più invasive.

L’articolo 10: un compromesso che non accontenta tutti

Il nodo era proprio l’articolo 10 del decreto. La versione finale prevede che per le attività di videosorveglianza con riconoscimento biometrico in diretta l’autorizzazione debba arrivare dal procuratore della Repubblica, non da un giudice. La modifica voluta dai garantisti avrebbe introdotto un controllo preventivo più stringente, ma è stata ritenuta troppo farraginosa dalla maggioranza. Resta invece necessario l’intervento del gip per altre misure investigative potenziate dall’AI, segnando un punto a favore di chi chiedeva più garanzie. Le associazioni per i diritti digitali già esprimono perplessità: senza una supervisione giudiziaria indipendente, il rischio di abusi o di un uso eccessivo della tecnologia aumenta.

Cosa significa per chi legge

Per i cittadini, questa decisione avrà riflessi concreti. Innanzitutto, è probabile che vedremo un progressivo aumento di telecamere intelligenti nelle città, specie in occasione di grandi eventi o in zone ad alta criticità. In secondo luogo, il ruolo del pm come unica autorità autorizzativa potrebbe rendere più rapidi i controlli, ma anche meno trasparenti. Infine, la vicenda dimostra quanto sia urgente un dibattito pubblico informato sui limiti da porre all’AI nella sicurezza, prima che le norme vengano cristallizzate dalle abitudini operative. La sorveglianza di massa non è un’ipotesi remota e il modo in cui si regolano oggi questi strumenti definirà il perimetro delle nostre libertà di domani.

Fonti

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