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Perché l’AI che “parla” ci stupisce: la lezione di Lacan

L'AI conversazionale ci affascina perché tocca il linguaggio, la nostra ultima frontiera. Cosa rivela questo stupore su di noi?

TI 6 settembre 2026 4 min read

Quando parliamo con un chatbot avanzato o leggiamo un testo generato da un modello linguistico, proviamo un misto di meraviglia e inquietudine. È lo stesso stupore che ha attraversato la storia del pensiero: cosa succede quando una macchina sembra padroneggiare il linguaggio, la nostra capacità più umana? A rileggere questo fenomeno con gli occhi della psicoanalisi è un’analisi pubblicata su Agenda Digitale, che intreccia Lacan, la cibernetica e l’intelligenza artificiale.

Il linguaggio come ultima frontiera

Per decenni abbiamo considerato il linguaggio come il tratto distintivo dell’essere umano. Gli animali comunicano, ma non parlano; le macchine calcolano, ma non comprendono. Con l’avvento dei Large Language Models (LLM), questa certezza vacilla. I modelli come GPT producono testi coerenti, rispondono a domande, scrivono poesie. Eppure, come sottolinea l’articolo, non c’è un soggetto dietro quelle parole: nessuna intenzione, nessuna esperienza, nessun desiderio.

È qui che Lacan diventa sorprendentemente attuale. Il padre della psicoanalisi francese sosteneva che l’inconscio è strutturato come un linguaggio. Per lui, il soggetto è attraversato dal linguaggio più di quanto non lo possieda. In questa prospettiva, l’AI che “parla” senza avere un inconscio o un vissuto ci costringe a chiederci: che cos’è davvero il linguaggio? È solo un sistema di segni, o è qualcosa di più?

Dalla cibernetica all’AI: un filo rosso

L’articolo ripercorre anche il legame tra la cibernetica degli anni ’50 e l’attuale sviluppo dell’AI. Già allora, pensatori come Norbert Wiener immaginavano macchine in grado di elaborare informazioni e adattarsi. Ma è con Lacan che il linguaggio diventa una sorta di “macchina” simbolica che precede e plasma l’individuo. Oggi, i modelli linguistici sembrano incarnare questa visione: sono macchine che manipolano simboli senza alcuna soggettività.

Questo paragone non è solo teorico. Ci aiuta a capire perché restiamo affascinati e al tempo stesso spaventati da strumenti come ChatGPT. Il nostro stupore nasce dal fatto che l’AI tocca il cuore di ciò che ci rende umani: la capacità di comunicare, di esprimere pensieri, di creare significato. Quando una macchina imita tutto questo, ci sentiamo spiazzati.

Il rischio di antropomorfizzare l’AI

Uno dei pericoli evidenziati è la tendenza a proiettare sull’AI caratteristiche umane. Attribuiamo ai chatbot emozioni, intenzioni, persino una forma di coscienza. Ma, come ricorda l’analisi, dietro le risposte di un LLM non c’è alcun “io” che parla. C’è solo un complesso sistema statistico che ha appreso pattern da enormi quantità di testo.

Questa confusione ha implicazioni pratiche. Se iniziamo a fidarci ciecamente di un’AI per decisioni importanti, o se la trattiamo come un interlocutore umano, rischiamo di fraintenderne i limiti. L’AI può sbagliare, può produrre informazioni false o fuorvianti, e non ha alcuna responsabilità morale. Riconoscere la sua natura non umana è essenziale per un uso consapevole.

L’AI come specchio della nostra umanità

Eppure, c’è un lato positivo in questo stupore. L’AI che “parla” ci costringe a riflettere su noi stessi. Se una macchina può imitare il linguaggio, forse il linguaggio non è così “umano” come pensavamo. O forse, come suggerisce Lacan, siamo noi stessi “parlati” dal linguaggio più di quanto non lo parliamo. In ogni caso, l’AI diventa uno specchio che ci mostra quanto sia complessa e misteriosa la nostra relazione con le parole.

In un’epoca in cui l’AI è ovunque, dai chatbot ai traduttori automatici, questa riflessione non è solo filosofica. Ci aiuta a definire cosa vogliamo dall’AI e cosa non vogliamo perdere della nostra umanità.

Cosa significa per chi legge

Per chi usa quotidianamente strumenti di AI conversazionale, ci sono tre spunti pratici:

  • Non confondere l’AI con una persona: ricordate che dietro le risposte non c’è un’intenzione o una coscienza. Usate l’AI come strumento, non come interlocutore umano.
  • Verificate le informazioni: i modelli linguistici possono generare contenuti plausibili ma errati. Controllate sempre le fonti, soprattutto per notizie o dati importanti.
  • Riflettete sul linguaggio: l’AI ci invita a interrogarci su come usiamo le parole e su cosa significhi comunicare davvero. Sfruttate questa occasione per essere più consapevoli nella vostra comunicazione quotidiana.

Fonti

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